L’Etiopia in Ape: un Mondo al Rallentatore nella culla della vita

Il Taurinorum Team torna a macinare chilometri, come promesso, con qualche cambiamento, perché se l’avventura è rischiosa, la routine è mortale.
11 i componenti del team, 18 i giorni di viaggio, 2500 i chilometri da percorrere, 3 le ruote su cui si viaggia. Piaggio ha prestato fiducia al progetto di attraversare l’Etiopia in Ape, un viaggio attraverso la culla della vita, con l’obiettivo di sensibilizzare sul tema della sicurezza stradale e presentare il famoso veicolo a tre ruote nel sud del paese.
Il Progetto.
ApeWay 2015 è il primo viaggio di un format ideato dal T aurinorum Team, il cui nome dice già molto, “ Il Mondo al Rallentatore ”.
Il principio è semplice: viaggiare on the road prestando attenzione a tutto ciò che ci passa sopra sotto e affianco, e per farlo è necessaria una lentezza e una costanza che abbiamo trovato nelle tre Api a bordo delle quali abbiamo realizzato la nostra prima avventura.
Sembrerà assurdo, e così è in effetti, ma la pressoché totale assenza di sicurezza stradale è la seconda causa di morte in Africa. E’ stato stimato che muoiano più di 200 persone l’anno per incidenti stradali, più di una ogni 48 ore, solo in un paese come l’Etiopia in cui circolano meno di 10.000 veicoli.
Una delle principali cause sono i camionisti che, incuranti di persone, animali, regole e divieti, fanno sì che la mancanza di sicurezza stradale ogni anno si giochi il primato per tasso di mortalità con malaria e AIDS.
E dire che la cura sarebbe ben più semplice.
A questo scopo A peWay 2015 ha visto il T aurinorum Team distribuire braccialetti catarifrangenti e magliette, con loghi del progetto ad alta visibilità, soprattutto a coloro che sono le prime vittime della strada: i bambini.
L’Ape.
L’Ape è forse il mezzo che dalla sua nascita e terra d’origine più si è adattato a variazioni geografiche, culturali e funzionali attraverso diverse e lontane fasi storiche. L’intento del progetto A peWay 2015 è promuovere l’Ape in funzione di uno sviluppo socialmente ed eticamente responsabile, questo anche grazie alla collaborazione con ONG locali, ottimizzando e facilitando il lavoro che già svolgono per lo sviluppo del territorio.
Grazie alla sua capacità di adattarsi pressoché a qualunque territorio, e garantiamo di aver messo alla prova le nostre Api su asfalto, sterrato, fango, e persino in assenza totale di strade, l’Ape inizia ora ad essere utilizzata sia come taxi che come cargo trasportatore di acqua, legname e prodotti agricoli da una città all’altra, sostituendosi
ai carri a traino animale che ad oggi occupano spesso il bordo della strada nelle ore più rischiose per la guida.
I membri del Team.
La diversificazione del Team in 11 membri ha permesso di dividere il lavoro sul campo; oltre alla relizzazione di materiale video e foto con l’aggiunta di grafiche e alla cura di un diario di viaggio, ha dato la possibilità di prestare attenzione insieme alla sicurezza stradale, ad ulteriori tematiche di valore sociale fondamentale. Uno degli obiettivi raggiunti per esempio è la mappatura gps di tutte le fonti d’acqua incontrate lungo la strada, per creare una mappa virtuale di pozzi, fonti e acqua potabile, disponibile online in open source. Affianco a questo la realizzazione di foto a 360° in luoghi e momenti particolari del viaggio sarà alla base della creazione di un itinerario in street view che permetterà l’immersione nei luoghi visitati, a 360°.

Le Api.
Grazie ad ApeWay 2015 abbiamo avuto la fortuna di collaborare con due ONG che svolgono un lavoro fondamentale per lo sviluppo del territorio: CVM e CIAI.
La prima, Comunità Volontari per il Mondo, è una realtà che da più di 30 anni si occupa di portare acqua potabile a tutto il sud del mondo, educando sulle giuste condizioni igienico-sanitarie da osservarsi, inoltre tutela i diritti delle donne e accoglie gli orfani di strada che grazie a CVM hanno la possibilità di studiare e imparare un mestiere. Con loro siamo riusciti a mappare un pozzo di cui beneficiano più di 7000 persone, di cui 2000 studenti, grazie a CVM, e di quei 2000 bambini e ragazzi potremmo giurare che una buona metà era condensata intorno a noi fin dal nostro arrivo, e la restante metà ci ha sommerso non appena scesi dall’Ape.
Tutt’ora abbiamo positivamente rivisto la nostra definizione di “bagno di folla”. CIAI, Centro Italiano Aiuti all’Infanzia, nasce del 1968 e da allora si batte per il riconoscimento dei diritti dei bambini alla possibilità di avere accesso ad un’istruzione e ad una formazione professionale. Qui abbiamo raggiunto, dopo esserci inerpicati sulle montagne per due ore di camminata, una scuola a Hello, villaggio remoto dove si riesce a dare istruzione a bambini di molte valli isolate dei dintorni, e in una seconda occasione assistito ad uno spettacolo dei ragazzi della scuola di circo di Arba Minch, una delle principali città dell’Etiopia, in cui il futuro di questi ragazzi se non fosse per il CIAI sarebbe nella migliore delle ipotesi essere sfruttati come manodopera minorile illegale nelle piantagioni di banane, nella peggiore, vivere per strada, dove la maggior parte di questi subisce abusi o scompare vittima del traffico di minori.
La strada.
Uomini, donne, bambini camminano sull’erba a lato strada. Affianco a loro, buoi, capre, asini, qualche cane solitario.
Poi ci siamo noi, con le nostre Api, un po’ scansiamo la corrente di persone e animali, un po’ facciamo loro scudo dai grossi e veloci fuoristrada che ci superano a sinistra. Sono turisti o lavoratori che si affrettano a terminare la giornata prima che faccia buio.
Ancora più veloci, i giganteschi camion che trasportano terra, legno, sabbia, sono i corrieri del progresso, viaggiano verso i nuovi cantieri edili cinesi, verso la realizzazione di edifici a più piani, stanno costruendo in fretta il mondo alla fine della strada e devono arrivare prima di tutti perché deve essere pronto per quando saremo lì anche noi.
Siamo mondi in viaggio sulla strada.
Quello rurale, tradizionale si direbbe, ci saluta e ci corre affianco quando passiamo, gli lasciamo i nostri braccialetti e magliette catarifrangenti, sappiamo che anche se fra poco farà buio quegli uomini, donne e bambini hanno da camminare ancora per ore, gli animali affianco a loro.
Noi siamo I l Mondo al Rallentatore, e se non si può certo dire di conoscere e aver visto l’Africa in sole tre settimane, questi 2500km di sabbia, asfalto, pioggia, questi ponti e strade e prati e alberi e volti e mani che ti toccano con stupore, e sorrisi e sapori, li abbiamo collezionati, metro dopo metro, sobbalzando su tre ruote o arrampicandoci a piedi per sapere cosa c’era sulla cima della collina, per vedere ancora qualcosa di più di questa Etiopia.
L’itinerario.
Siamo partiti in Ape dalla capitale, Addis Abeba, dove speravamo che saremmo tornati circa venti giorni dopo se tutto fosse andato come previsto, se non fossimo stati male, se non avessimo perso bagagli e/o documenti e/o passeggeri per strada, se non ci fosse capitato nulla, se le Api avessero resistito all’asfalto bollente, allo sterrato, al guado di fiumi ma soprattutto a noi; insomma c’erano “se” quasi quanti erano i chilometri, si faceva molto prima a farli che a dirli.
Abbiamo deciso di arrivare fino alle rive del fiume Omo, nell’Omo Valley, e ritornare verso nord sui nostri passi completando un anello che ci avrebbe ricondotto attraverso Turmi, Jinka, Key Afer, Konso, Arba Minch, Hossana, Ziway, Debre Zeyt e le principali città d’Etiopia fino alla capitale.
A viaggiare in Etiopia, sembra sempre di tornare.
Si ha la sensazione di non stare realmente andando da qualche parte, ma di tornare, e quel che conta non è tanto il dove, ma la motivazione che ciascuno sente, questo anche perché per ragioni geografiche il “dove” è spesso ampiamente mostrato, negli immensi paesaggi e orizzonti incalcolabili, negli scorci fra una collina e l’altra che mostrano foreste e laghi e alberi ancora più in là a perdita d’occhio.
Anche a noi sembrava di tornare, ed è una sensazione strana: tornare per la prima volta a qualcosa che non hai mai visto.
Siamo quindi partiti e tornati in undici, per 2500 chilometri in venti giorni, ciascuno con le sue motivazioni, al ritmo del M ondo al Rallentatore.
Questo senso di tornare fa venir voglia di riflettere su quel che si vede, e se si viaggia in Ape ne si ha anche il tempo.
Abbiamo incontrato popolazioni che le guide definiscono “le più vicine alla culla della vita e della civiltà”, ma siamo andati oltre le due righe di descrizione dei loro usi e costumi, abbiamo avuto modo e tempo di conoscerci, dormire insieme accampati nei villaggi, presentarci e sapere i nomi dei loro figli, bere caffè e mangiare mais in una capanna, suonare davanti al fuoco e cantare insieme sotto un cielo silenzioso di stelle.
Abbiamo avuto modo di fare foto, video, di scrivere resoconti e diari di viaggio, abbiamo trovato persino il tempo di lavarci, di nasconderci zaini, passaporti, di rubarci le scarpe in corsa, c’è chi si è svegliato una mattina e nella sua tenda in mezzo alla savana c’era una gallina a fissarlo, c’è chi guidando l’Ape di notte ha deciso di emulare il Titanic su una roccia, e chi ha poi rimediato a tutto questo con l’ausilio di strumenti professionali e qualificati come piccone e punteruolo.

N.d.r. l’Ape in questione ha comunque orgogliosamente viaggiato senza problemi per più di 400 chilometri fino alla meta finale del viaggio.
Tutti abbiamo percorso parecchia strada, tutti siamo ritornati fino alla fine, rimane solo da stabilire quando ripartiremo.

Il Taurinorum Team torna a macinare chilometri, come promesso, con qualche cambiamento, perché se l’avventura è rischiosa, la routine è mortale.
11 i componenti del team, 18 i giorni di viaggio, 2500 i chilometri da percorrere, 3 le ruote su cui si viaggia. Piaggio ha prestato fiducia al progetto di attraversare l’Etiopia in Ape, un viaggio attraverso la culla della vita, con l’obiettivo di sensibilizzare sul tema della sicurezza stradale e presentare il famoso veicolo a tre ruote nel sud del paese.
Il Progetto.
ApeWay 2015 è il primo viaggio di un format ideato dal T aurinorum Team, il cui nome dice già molto, “ Il Mondo al Rallentatore ”.
Il principio è semplice: viaggiare on the road prestando attenzione a tutto ciò che ci passa sopra sotto e affianco, e per farlo è necessaria una lentezza e una costanza che abbiamo trovato nelle tre Api a bordo delle quali abbiamo realizzato la nostra prima avventura.
Sembrerà assurdo, e così è in effetti, ma la pressoché totale assenza di sicurezza stradale è la seconda causa di morte in Africa. E’ stato stimato che muoiano più di 200 persone l’anno per incidenti stradali, più di una ogni 48 ore, solo in un paese come l’Etiopia in cui circolano meno di 10.000 veicoli.
Una delle principali cause sono i camionisti che, incuranti di persone, animali, regole e divieti, fanno sì che la mancanza di sicurezza stradale ogni anno si giochi il primato per tasso di mortalità con malaria e AIDS.
E dire che la cura sarebbe ben più semplice.
A questo scopo A peWay 2015 ha visto il T aurinorum Team distribuire braccialetti catarifrangenti e magliette, con loghi del progetto ad alta visibilità, soprattutto a coloro che sono le prime vittime della strada: i bambini.
L’Ape.
L’Ape è forse il mezzo che dalla sua nascita e terra d’origine più si è adattato a variazioni geografiche, culturali e funzionali attraverso diverse e lontane fasi storiche. L’intento del progetto A peWay 2015 è promuovere l’Ape in funzione di uno sviluppo socialmente ed eticamente responsabile, questo anche grazie alla collaborazione con ONG locali, ottimizzando e facilitando il lavoro che già svolgono per lo sviluppo del territorio.
Grazie alla sua capacità di adattarsi pressoché a qualunque territorio, e garantiamo di aver messo alla prova le nostre Api su asfalto, sterrato, fango, e persino in assenza totale di strade, l’Ape inizia ora ad essere utilizzata sia come taxi che come cargo trasportatore di acqua, legname e prodotti agricoli da una città all’altra, sostituendosi
ai carri a traino animale che ad oggi occupano spesso il bordo della strada nelle ore più rischiose per la guida.
I membri del Team.
La diversificazione del Team in 11 membri ha permesso di dividere il lavoro sul campo; oltre alla relizzazione di materiale video e foto con l’aggiunta di grafiche e alla cura di un diario di viaggio, ha dato la possibilità di prestare attenzione insieme alla sicurezza stradale, ad ulteriori tematiche di valore sociale fondamentale. Uno degli obiettivi raggiunti per esempio è la mappatura gps di tutte le fonti d’acqua incontrate lungo la strada, per creare una mappa virtuale di pozzi, fonti e acqua potabile, disponibile online in open source. Affianco a questo la realizzazione di foto a 360° in luoghi e momenti particolari del viaggio sarà alla base della creazione di un itinerario in street view che permetterà l’immersione nei luoghi visitati, a 360°.

Le Api.
Grazie ad ApeWay 2015 abbiamo avuto la fortuna di collaborare con due ONG che svolgono un lavoro fondamentale per lo sviluppo del territorio: CVM e CIAI.
La prima, Comunità Volontari per il Mondo, è una realtà che da più di 30 anni si occupa di portare acqua potabile a tutto il sud del mondo, educando sulle giuste condizioni igienico-sanitarie da osservarsi, inoltre tutela i diritti delle donne e accoglie gli orfani di strada che grazie a CVM hanno la possibilità di studiare e imparare un mestiere. Con loro siamo riusciti a mappare un pozzo di cui beneficiano più di 7000 persone, di cui 2000 studenti, grazie a CVM, e di quei 2000 bambini e ragazzi potremmo giurare che una buona metà era condensata intorno a noi fin dal nostro arrivo, e la restante metà ci ha sommerso non appena scesi dall’Ape.
Tutt’ora abbiamo positivamente rivisto la nostra definizione di “bagno di folla”. CIAI, Centro Italiano Aiuti all’Infanzia, nasce del 1968 e da allora si batte per il riconoscimento dei diritti dei bambini alla possibilità di avere accesso ad un’istruzione e ad una formazione professionale. Qui abbiamo raggiunto, dopo esserci inerpicati sulle montagne per due ore di camminata, una scuola a Hello, villaggio remoto dove si riesce a dare istruzione a bambini di molte valli isolate dei dintorni, e in una seconda occasione assistito ad uno spettacolo dei ragazzi della scuola di circo di Arba Minch, una delle principali città dell’Etiopia, in cui il futuro di questi ragazzi se non fosse per il CIAI sarebbe nella migliore delle ipotesi essere sfruttati come manodopera minorile illegale nelle piantagioni di banane, nella peggiore, vivere per strada, dove la maggior parte di questi subisce abusi o scompare vittima del traffico di minori.
La strada.
Uomini, donne, bambini camminano sull’erba a lato strada. Affianco a loro, buoi, capre, asini, qualche cane solitario.
Poi ci siamo noi, con le nostre Api, un po’ scansiamo la corrente di persone e animali, un po’ facciamo loro scudo dai grossi e veloci fuoristrada che ci superano a sinistra. Sono turisti o lavoratori che si affrettano a terminare la giornata prima che faccia buio.
Ancora più veloci, i giganteschi camion che trasportano terra, legno, sabbia, sono i corrieri del progresso, viaggiano verso i nuovi cantieri edili cinesi, verso la realizzazione di edifici a più piani, stanno costruendo in fretta il mondo alla fine della strada e devono arrivare prima di tutti perché deve essere pronto per quando saremo lì anche noi.
Siamo mondi in viaggio sulla strada.
Quello rurale, tradizionale si direbbe, ci saluta e ci corre affianco quando passiamo, gli lasciamo i nostri braccialetti e magliette catarifrangenti, sappiamo che anche se fra poco farà buio quegli uomini, donne e bambini hanno da camminare ancora per ore, gli animali affianco a loro.
Noi siamo I l Mondo al Rallentatore, e se non si può certo dire di conoscere e aver visto l’Africa in sole tre settimane, questi 2500km di sabbia, asfalto, pioggia, questi ponti e strade e prati e alberi e volti e mani che ti toccano con stupore, e sorrisi e sapori, li abbiamo collezionati, metro dopo metro, sobbalzando su tre ruote o arrampicandoci a piedi per sapere cosa c’era sulla cima della collina, per vedere ancora qualcosa di più di questa Etiopia.
L’itinerario.
Siamo partiti in Ape dalla capitale, Addis Abeba, dove speravamo che saremmo tornati circa venti giorni dopo se tutto fosse andato come previsto, se non fossimo stati male, se non avessimo perso bagagli e/o documenti e/o passeggeri per strada, se non ci fosse capitato nulla, se le Api avessero resistito all’asfalto bollente, allo sterrato, al guado di fiumi ma soprattutto a noi; insomma c’erano “se” quasi quanti erano i chilometri, si faceva molto prima a farli che a dirli.
Abbiamo deciso di arrivare fino alle rive del fiume Omo, nell’Omo Valley, e ritornare verso nord sui nostri passi completando un anello che ci avrebbe ricondotto attraverso Turmi, Jinka, Key Afer, Konso, Arba Minch, Hossana, Ziway, Debre Zeyt e le principali città d’Etiopia fino alla capitale.
A viaggiare in Etiopia, sembra sempre di tornare.
Si ha la sensazione di non stare realmente andando da qualche parte, ma di tornare, e quel che conta non è tanto il dove, ma la motivazione che ciascuno sente, questo anche perché per ragioni geografiche il “dove” è spesso ampiamente mostrato, negli immensi paesaggi e orizzonti incalcolabili, negli scorci fra una collina e l’altra che mostrano foreste e laghi e alberi ancora più in là a perdita d’occhio.
Anche a noi sembrava di tornare, ed è una sensazione strana: tornare per la prima volta a qualcosa che non hai mai visto.
Siamo quindi partiti e tornati in undici, per 2500 chilometri in venti giorni, ciascuno con le sue motivazioni, al ritmo del M ondo al Rallentatore.
Questo senso di tornare fa venir voglia di riflettere su quel che si vede, e se si viaggia in Ape ne si ha anche il tempo.
Abbiamo incontrato popolazioni che le guide definiscono “le più vicine alla culla della vita e della civiltà”, ma siamo andati oltre le due righe di descrizione dei loro usi e costumi, abbiamo avuto modo e tempo di conoscerci, dormire insieme accampati nei villaggi, presentarci e sapere i nomi dei loro figli, bere caffè e mangiare mais in una capanna, suonare davanti al fuoco e cantare insieme sotto un cielo silenzioso di stelle.
Abbiamo avuto modo di fare foto, video, di scrivere resoconti e diari di viaggio, abbiamo trovato persino il tempo di lavarci, di nasconderci zaini, passaporti, di rubarci le scarpe in corsa, c’è chi si è svegliato una mattina e nella sua tenda in mezzo alla savana c’era una gallina a fissarlo, c’è chi guidando l’Ape di notte ha deciso di emulare il Titanic su una roccia, e chi ha poi rimediato a tutto questo con l’ausilio di strumenti professionali e qualificati come piccone e punteruolo.

N.d.r. l’Ape in questione ha comunque orgogliosamente viaggiato senza problemi per più di 400 chilometri fino alla meta finale del viaggio.
Tutti abbiamo percorso parecchia strada, tutti siamo ritornati fino alla fine, rimane solo da stabilire quando ripartiremo.