In Ape attraverso Messico, Guatemala e Belize per la fine del mondo Maya

La nostra avventura è iniziata sabato 4 agosto, giorno in cui ci siamo recati all’aeroporto di caselle per prendere il volo delle 10 del mattino con destinazione Madrid, per poi proseguire verso Bogotà ignari del fatto che la prima disavventura era già li ad aspettarci.
Ci siamo imbarcati sul volo per Madrid e successivamente su quello per Bogotà contenti di partire e all’oscuro di quello che stava per succedere. Dopo svariate ore di volo (2 + 10), nel primo di pomeriggio di sabato 4, siamo atterrati all’aeroporto di Bogotà (avevamo guadagnato molte ore di fuso orario). Atterrati ci siamo diretti verso il nastro di riconsegna dei bagagli e nell’attesa che comparissero, siamo stati avvicinati da un impiegato dell’aeroporto che aveva i nostri nomi scritti su un foglio. Subito abbiamo pensato che potessimo avere qualche oggetto in valigia che non poteva essere trasportato; stavamo già pensando a come venirne fuori, ma invece la sorpresa è stata ancora peggiore. Nessuno dei nostri tre bagagli era giunto a destinazione. Una cosa non di poco conto visto che uno era il mio bagaglio personale con tutti i miei vestiti (paolo), il secondo era un mix tra gadget da regalare e un buon 70 % del bagaglio personale di Ludovico ed il terzo conteneva tutto il materiale da campeggio (tenda, sacchi a pelo, fornelletti da campo, zanzariere…). Il tutto aggravato dal fatto che il mattino dopo (domenica 5) dovevamo imbarcarci su un volo diretto a Cancun in Messico gestito da un’altra compagnia aerea. Indirizzati verso lo sportello dove effettuare la denuncia di smarrimento siamo stati accolti da un dipendente della simpaticissima compagnia IBERIA che ci comunica che i bagagli non sarebbero arrivati prima di due o tre giorni e che questi potevano essere inviati solamente all’aeroporto di Città del Messico in quanto Iberia non ha voli diretti su Cancun. Ovviamente per noi non era possibile andare a recuperare i bagagli a Città del Messico e tornare nella penisola dello Yucatan, tantomeno aspettare i bagagli a Bogotà. Dopo una buona mezz’ora di arrabbiatura e voce grossa, fortunatamente, è intervenuto un secondo dipendente che fino a quel momento era impegnato con un’altra passeggera nella nostra stessa situazione. Questo, decisamente più competente, ci ha detto che i bagagli sarebbero potuti arrivare anche a Cancun imbarcandoli su un volo di una compagnia aerea partner di Iberia. Alla buona notizia abbiamo fatto correggere la denuncia di smarrimento facendo inserire Cancun come aeroporto di destinazione e rassegnati, già consapevoli che a causa dell’attesa a Cancun avremmo perso perlomeno due giorni di viaggio, siamo andati a dormire. Il mattino abbiamo quindi volato verso Cancun, e, per non aspettare inutilmente all’aeroporto, siamo andati a Playa del Carmen.
Playa del Carmen non è sicuramente un posto che si addice al nostro viaggiare, è un posto esageratamente turistico con locali molto cari, tirati a lucido e decisamente sovraffollati. Per fare buon viso a cattivo gioco (visto che non avevamo alternative), ci siamo fatti consigliare dove poter trovare nelle vicinanze un posto un po’ più tranquillo (totalmente tranquillo in quella zona è impossibile) dove poter fare una bella giornata di snorkeling: nessuno aveva alcun dubbio: Akumal, una quarantina di km a sud di Playa. Il 5 pomeriggio stesso abbiamo preso un pullman e ci siamo diretti verso quel luogo, ne è valsa la pena: sempre un po’ turistico ma abbiamo potuto fare una giornata intera di snorkeling tra razze, tartarughe, barracuda e altri pesci di cui francamente non so il nome. La sera siamo ritornati a Playa del Carmen nella speranza di avere notizie sui bagagli, ancora nulla, anzi se possibile le notizie erano sempre più confuse, le valige pare fossero tutte e tre a Parigi (chi lo sa perché a Parigi poi) in attesa di essere imbarcate per Bogotà e successivamente per Cancun. Il 6 agosto lo abbiamo passato interamente a Playa del Carmen nel tentativo di avere novità sulle valigie ma le cose peggioravano, solo una valigia si trovava a Parigi, le altre due non si sapeva dove fossero. In base al nostro programma originario il 5 agosto ci saremmo dovuti recare a Merida (300 km a ovest di Cancun) per ritirare l’Ape Latuc (bettezzata così a metà viaggio dalle donne di Nebaj) e partire per il nostro itinerario lunedì 6. Eravamo già due giorni in ritardo e la decisione era difficile… delle valige non si sapeva nulla dentro c’era del materiale molto importante… aspettare o partire senza nulla?
La decisione è stata dura ma martedì 7 abbiamo capito che le valigie non sarebbero arrivate prima di qualche giorno (in realtà pensavamo di non vederle mai più visto che non avevamo nessuna notizia certa e ogni volta che chiamavamo il centralino Iberia le informazioni erano diverse e discordanti). Siamo partiti senza valigie convinti che da quel momento l’avventura sarebbe stata ancora di più avventura.
Il 7 agosto a inizio pomeriggio siamo arrivati a Merida dove abbiamo conosciuto il concessionario che ci avrebbe dato l’Ape per partire, un po’ di convenevoli, un po’ di scartoffie dovute alle deleghe necessarie per poterla guidare e soprattutto espatriarla seppur provvisoriamente, un po’ di flemma sudamericana… e si è fatta sera. A quel punto eravamo pronti a partire ma non avrebbe avuto senso, stava già imbrunendo. Abbiamo quindi passato una notte a Merida in attesa di poter finalmente mettere mano sulla nostra Ape il mattino seguente.
L’8 agosto, prima mattina siamo tornati al concessionario, abbiamo preso l’ape e siamo partiti. Ora è il caso di spiegare perché due giorni di ritardo nella partenza potevano essere cruciali…dovevamo essere assolutamente entro il giorno 12 di agosto a Nebaj in Guatemala per poter partecipare con la nostra Ape il 12 ai festeggiamenti ed il 13 Ape alla sfilata in occasione della festa del paese, dove, tra gli altri, si sarebbero esibite le donne de la “Defensoria de las mujeres”, progetto che abbiamo sostenuto per il tramite della ONG Cisv di Torino.
I primi giorni quindi sono stati principalmente di viaggio con moltissime ore di guida ogni dì (e non solo).
Il giorno 8 abbiamo raggiunto Campeche, città affacciata nel Golfo del messico.
Il giorno 9 da Campeche abbiamo raggiunto la citta di Palenque, nel mezzo abbiamo visitato le rovine Maya di Ezna. Essendo già in ritardo e non volendo rinunciare alla visita delle rovine più importanti abbiamo proseguito nella guida fino a tarda notte per raggiungere le rovine. Poco dopo il calar del buio siamo stati, possiamo dire, investiti dalla coda dell’uragano Ernesto. Era passato nella zona la notte precedente e si potevano vedere i risultati. Campi allgati, tralicci abbattuti, fiumi in piena e ponti quasi sovrastati dall’acqua. Il temporale che ha colpito noi era già di una violenza notevole. All’interno dell’ape, con le fiancate ovviamente aperte, sembrava di essere sotto una doccia. Quando la coda dell’uragano ci ha raggiunti mancavano poco più di 50 km a palenque, abbiamo quindi deciso di proseguire per poter dormire vicino alle rovine e poterle visitare il prima possibile il giorno successivo. Siamo giunti a destinazione completamente fradici e, dopo una ricerca abbastanza lunga di un posto economico per passare la notte, siamo andati a dormire.
Il mattino del 10 abbiamo immediatamente visitato le spettacolari rovine di Palenque, che hanno richiesto praticamente tutta la mattinata tra il trasferimento per raggiungerle, la visita, ed il ritorno sulla strada principale. Proseguendo, abbiamo raggiunto all’ora dell’imbrunire la città di Ocosingo, ancora abbastanza lontana dalla frontiera. Vista l’esperienza della sera prima ed il colore del cielo abbiamo deciso di fermarci. La prima città successiva era molto lontana, stavamo percorrendo quella che è la strada con il più alto tasso di assalti nella penisola dello Yucatan, la strada era molto tortuosa e saliscendi e di li a breve poteva di nuovo scoppiare un nubifragio. E’ giusto cercare l’avventura ma bisogna anche riconoscere quanto è il momento di fare un passo indietro e fermarsi. Poco dopo abbiamo avuto la prova di aver fatto la scelta giusta. E’ cominciato a piovere e quando siamo andati a dormire, circa quattro ore dopo, non aveva ancora smesso.
Il mattino seguente (11 agosto), asciutti e riposati, ci siamo diretti verso la frontiera con il Guatemala con l’intenzione di attraversarla in giornata ed iniziare a macinare qualche chilometro per avvicinarsi a Nebaj. Giunti alla città di confine di “La Mesilla” espletiamo tutte le pratiche di immigrazione e doganali messicane in men che non si dica, ed intorno alle due del pomeriggio eravamo all’ufficio di immigrazione e doganale guatemalteco. In cinque minuti effettuiamo le pratiche di immigrazione facendo mettere i timbri sui nostri passaporti e ci dirigiamo verso la dogana per fare le pratiche relative all’Ape. Giunti allo sportello, con nostro stupore, ci dicono che non avevamo tutti i documenti necessari per poter importare, anche temporaneamente un veicolo in Guatemala. Ovvero, non è che ci mancasse un documento (ci eravamo informati prima di arrivare e avevamo fatto tutto il necessario), era che da pochi mesi l’agenzia delle dogane guatemalteca aveva imposto che la firma sul documento a nostre mani doveva essere autenticata da un notaio. La nostra sensazione era che il funzionario della dogana fosse in assoluta buona fede e che realmente era stata emanata questa disposizione, il problema era però che noi quel documento non ce l’avevamo, era sabato pomeriggio, dovevamo essere a Nebaj entro la sera di domenica e se lui non ci avesse fatto passare, il documento con la firma del notaio non lo avremmo potuto ricevere sicuramente prima di lunedì. Dopo molte ore di pura e semplice insistenza, senza che mai il funzionario menzionasse metodi alternativi per risolvere la situazione, e senza che noi glie ne offrissimo, lo abbiamo convinto a lasciarci passare. Come si dice chi la dura la vince, è probabile che ci abbia lasciato passare al solo scopo di non vederci più. Alle 7 di sera eravamo ufficialmente tutti e 4 (Ape compresa) in Guatemala. Ora eravamo nella stessa condizione della sera prima, proseguire o fermarsi a dormire? Fortunatamente il buon senso ci ha di nuovo accompagnato e ci siamo fermati. Ancora una volta, di li a mezz’ora, ha iniziato a piovere e non ha smesso fino a quando siamo andati a dormire. La sera abbiamo fatto un giro per “La Mesilla” alla ricerca di un po’ di cibo. E’ un paese quasi montano che si trova a circa …. m slm. Le strade si erano trasformate in fiumi, tanto che, mettendo un piede in un passaggio obbligato per raggiungere il comedor dove avevamo deciso di mangiare un taco, ho rischiato di cadere ed essere portato via per qualche metro dalla corrente.
La mattina del 12 agosto avevamo un solo obiettivo, raggiungere Nebaj. I km da percorrere erano parecchi e la strada ottima ma montana e tortuosa, quindi molto lunga da percorrere con l’Ape. Siamo partiti e abbiamo proseguito praticamente senza sosta in direzione Huehuetenango, poi Sacapulas ed infine Nebaj. Erano molte ore che stavamo guidando senza sosta e nell’ultima salita, tra Sacapulas e Nebaj, l’Ape ci ha fatto per la prima volta capire che stavamo esagerando. A metà della salita si è improvvisamente spenta. Dopo un minimo di spavento iniziale abbiamo aperto il vano del motore ed abbiamo immediatamente capito che era un problema di surriscaldamento e che non c’era alternativa che fermarsi ed aspettare che si raffreddasse. Dopo mezz’ora di pausa l’abbiamo riaccesa ed è ripartita senza un sussulto, stoica. Da questo momento in poi abbiamo sempre viaggiato con il coprimotore aperto (anche se copriva la targa…) che permetteva un passaggio d’aria decisamente maggiore ed un raffreddamento molto più efficace.
Dopo un’altra ora e mezza di strada, nel primo pomeriggio di domenica 12 siamo giunti finalmente a Nebaj, la città era già in festa e l’elezione della Miss, valutata sul rispetto e sulla conoscenza delle tradizioni più che sull’estetica, era già stata fatta, ma eravamo ancora in tempo per partecipare alla sfilata il mattino seguente. All’arrivo abbiamo chiamato Fabio, ragazzo vive e lavora in Guatemala gestendo i progetti avviati dal Cisv, che ci ha accolti e accompagnati nei giorni seguenti. Con lui siamo andati a conoscere le donne della “defensoria de las mujeres” che si sono immediatamente innamorate dell’ape, mezzo con cui avvieranno una cooperativa di trasporti, e l’hanno battezzata, come detto all’inizio, Latuc. Abbiamo passato un piacevole pomeriggio assistendo alle prove della sfilata del giorno seguente, e, a fine giornata, le abbiamo aiutate a travestire Latuc con i loro vestiti tipici. Un po’ stanchi, siamo andati a dormire in attesa del giorno dopo.
Lunedì 13 alle 7 del mattino eravamo pronti in fila nella parata a chiusura del gruppo della “defensoria”, con un po’ di ritardo, intorno alle 8.30, la sfilata è partita e tutta la mattina (è durata circa 4 ore) abbiamo percorso le strade di Nebaj immersi nella folla in festa. L’arrivo era il campo sportivo dove c’erano concerti live di bande locali, fuochi d’artificio e petardi alla presenza delle autorità locali. Di li a poco si sarebbe anche disputata una partita di calcio tra le squadre del posto.
Noi siamo dovuti andare via quasi subito per andare a parcheggiare l’Ape in un posto sicuro, ma dopo averla parcheggiata, siamo tornati in piazza a vivere la festa.
Alla sera abbiamo mangiato con le donne della defensoria che ci hanno cucinato i piatti tipici locali (ottimi) e, dopo i saluti, siamo andati a dormire.
Martedì 14 mattina, dopo una fantastica colazione offerta da Matteo, volontario del servizio civile internazionale presso il CISV, siamo ripartiti in direzione Quetzaltenango, Xela in lingua Ixil (pronunciato Shela) seconda città più grande del Guatemala. Lì avremmo raggiunto Fabio, che lavora molto a Nebaj, ma vive a Xela, che ci ha ospitato due giorni.
Il pomeriggio lo abbiamo passato a visitare la città, ed a pianificare i giorni seguenti. A pochissimi km da Xela sorge il famoso vulcano Santa Maria, uno dei vulcani attivi considerato tra i 10 più pericolosi del mondo. Il Santa Maria può essere scalato in tutta sicurezza perché il cratere in vetta, a 3772 mslm ormai è chiuso e non erutta da più di un secolo, l’ultima risale al 1902. Su un fianco del Santa Maria si è aperto un nuovo cratere chiamato Santiaguito che si trova a 2.550 mslm, che può essere ammirato dalla vetta del Santa Maria. Il Santiaguito mediamente erutta ogni 20 minuti, anche se non tutte le eruzioni sono spettacolari con lapilli di lava, alcune sono solo fumarole con cadute su fianco di rocce laviche. Ad ogni modo non potevamo perderlo.
Il 15, alle 4 del mattino, accompagnati da una guida amica di Fabio, siamo partiti per arrivare in vetta, che abbiamo raggiunto alle 9 circa. La guida era un ex guerrigliero della guerra civile guatemalteca ed abbiamo avuto modo di parlargli, anche se era molto restio a raccontare quel triste periodo. Preferiva parlare della cultura Maya, essendo tra le altre cose, anche un sacerdote.
Appena arrivati in vetta abbiamo visto una colonna di fumo nera immensa, il Santiaguito aveva appena eruttato. Ci siamo catapultati ad ammirarlo sfoderando immediatamente tutto il materiale fotografico, ma a quel punto l’eruzione era terminata. Poco importava, il vulcano erutta ogni 20 minuti abbiamo pensato… per sfortuna però da li a 10 minuti siamo stati avvolti in una coltre di nebbia che non permetteva di vedere a più di 5 metri. Siamo stati più di due ore in vetta sperando che si diradasse ma nulla, abbiamo dovuto desistere e siamo scesi. Lo spettacolo lo abbiamo visto, però è rimasto solo nei nostri ricordi, senza aver potuto immortalarlo.
Alle 2 circa eravamo di nuovo a Xela e siamo andati a riposare perché la sera dovevamo partecipare ad un evento organizzato da Fabio per raccogliere fondi per il Cisv. Il programma prevedeva una serata di musica Live performata dal “Duo Triskell” (Fabio e Simona, la fidanzata) intrammezzato dalla proiezione dei video dei nostri due viaggi precedenti (Africa e Sud America) e dai nostri racconti. Il ricavato è andato interamente devoluto al CISV. Per me questa è stata una serata speciale perché una della canzoni inserite nella loro scaletta era una delle poche che so strimpellare. Mi hanno quindi invitato a suonare con loro ed è stata la mia prima volta (e penso anche ultima) in cui ho suonato davanti ad un pubblico di spettatori.
Dopo l’evento siamo ancora andati a bere qualcosa in compagnia di Fabio e Simona in prospettiva di ripartire il mattino seguente senza sapere esattamente quando le nostre strade si sarebbero ri incrociate.
Il 16, dopo un ultimo giro per Xela, siamo partiti in direzione del Lago Atitlan, dove ovviamente siamo arrivati la sera sotto il solito diluvio universale.
Il 17 lo abbiamo passato sul lago. Dopo aver ferocemente contrattato con un proprietario di una barca, siamo saliti sul motoscafo ed abbiamo fatto il giro dei villaggi sparsi intorno al lago, dentro una cornice suggestiva accerchiata da vulcani conici spettacolari. Abbiamo visitato Santa Cruz La Laguna, San Marco La Laguna, San Pedro La Laguna e Santiago Atitlan. Tutti paesi estremamente affascinanti anche molto diversi tra loro, che purtroppo però sono stati contaminati dal turismo, e visitandoli ce se ne accorge dal modo in cui la gente del luogo si comporta nei confronti dei turisti.
Il 18 mattina siamo ripartiti dal lago Atitlan alla volta di Antigua Guatemala, come dice il nome, antica capitale del paese. Per raggiungerla avevamo due alternative, tornare sulla strada principale da cui eravamo arrivati, strada più sicura ma che ci avrebbe fatto allungare di una cinquantina di km in quanto dovevamo tornare indietro, oppure prendere la strada secondaria molto più diretta. La scelta è caduta su quella più diretta. Dopo ormai almeno un’ora di viaggio, sbuchiamo dietro una curva e davanti ci troviamo un muro. La notte precedente era caduta una frana sulla strada e l’aveva completamente interrotta. Gli operai erano appena arrivati a liberarla ma non sarebbero riusciti ad aprire un varco prima della sera. A quel punto eravamo in una situazione complicata. Le alternative erano, tornare indietro ma non sapevamo se la benzina ci sarebbe bastata per tornare fino ad Atitlan, rifornirci ed andare a prendere la panamericana, oppure prendere l’alternativa… la strada secondaria della strada secondaria. Era la vecchia strada il cui svincolo per imboccarla era pochi chilometri prima. L’unico inconveniente, era completamente sterrata. Tornare indietro era infattibile, non ce l’avremmo fatta per la benzina, andare avanti era molto rischioso ma almeno stavamo avanzando. La scelta quindi è stata la strada sterrata. Tra salite e discese ripidissime, dove ci siamo anche bloccati ed abbiamo dovuto sollevare l’Ape per tirarla fuori da un buco, voragini per la strada e polvere ovunque, siamo andati avanti finché non ci siamo ricongiunti alla strada asfaltata dove abbiamo anche trovato un benzinaio. Abbiamo tirato un bel sospiro di sollievo perché siamo arrivati veramente a secco… eravamo già pronti a fare la mamasciola per decidere chi si sarebbe dovuto incamminare a piedi alla ricerca del benzinaio. Pericolo scampato.
Raggiunta Antigua abbiamo visitato il centro, anche se abbastanza velocemente, questo per due motivi: il primo era che anche Antigua, essendo una città stupenda, è estremamente turistica, nonché frequentata da molti studenti di spagnolo iscritti nelle infinite scuole di lingua sparse per la città; il secondo era che ogni singolo poliziotto della città ci inseguiva con il fischietto in bocca chiedendoci i documenti e redarguendoci perché era vietato ormai da qualche anno girare per la città con i Tuc Tuc. Siamo quindi ripartiti con l’obiettivo di attraversare in giornata Guatamala City e proseguire il più possibile per allontanarci dalla città visto che nessuno di noi aveva la benchè minima intenzione di visitarla. Abbiamo guidato tutto il pomeriggio fino ad arrivare a Rio Hondo, un posto senza nulla di particolare. In realtà tutta la zona ad est di Guatemala City non presenta nulla degno di nota ad eccezione delle rovine di Copan (che però si trovano oltre il confine in Honduras) ed il Rio Dulce.
Il 19 siamo partiti da Rio Hondo ed abbiamo guidato tutto il giorno, il nostro obiettivo era il Lago Peten e le rovine di Tikal. Tutti gli ultimi giorni in Guatemala li avevamo passati in zone montagnose, dove l’Ape aveva faticato, e dove avevamo sofferto anche un gran bel freddo. Non bisogna dimenticarsi che eravamo senza i nostri bagagli quindi senza gli indumenti pesanti che ci eravamo portati per quelle zone, inoltre quando viaggiavamo sotto la pioggia ci infradiciavamo completamente e non avevamo cambi asciutti da mettere, quindi dovevamo aspettare che si asciugassero i vestiti che avevamo addosso. Da Tikal in avanti saremmo invece tornati in pianura e più al caldo, non vedevamo l’ora. Inoltre eravamo curiosissimi di visitare tutte le rovine Maya che mancavano ancora da visitare. Il 19 sera siamo arrivati El Remate, sul lago Peten, dove ci siamo fermati a dormire in un albergo in riva al lago. Un piccolo aneddoto di questa notte, quando siamo rientrati in camerata, dopo essere andati a mangiare in una bancarella dove la stessa proprietarie era stupita di vedere dei turisti che si fermavano a mangiare da lei (eravamo i primi e la signora avrà avuto non meno di 60 anni), siamo tornati in stanza e c’era un pipistrello che svolazzava per la camerata. Abbiamo aperto la porta, che si trovava sul pavimento perché la camerata era rialzata, sperando che il pipistrello la trovasse e riuscisse ad uscire ma per almeno un paio d’ore non c’è stato nulla da fare. Ha continuato a volare passando a 5 centimetri dalle nostre teste. Alla fine però è riuscito ad uscire e anche noi abbiamo dormito un po’ più rilassati.
Il 20 mattina ci siamo diretti alle rovine di Tikal che sono a circa una 60 di km da El Remate, ultimo posto do ve si trovano posti per dormire a buon mercato. Tutti gli alberghi che si trovano già dentro il perimetro del parco nazionale di Tikal sono carissimi. L’ingresso è stato stupefacente, le rovine sono spettacolari nonché immense. Siamo entrati abbastanza presto al mattino e ne siamo usciti la sera tardi, quasi per ultimi. Verso sera, quando le rovine si spopolano, anche la fauna torna a prendere possesso delle rovine. Abbiamo avvistato, oltre alle scimmie ragno e le scimmie urlatrici che non si spaventano dei turisti e sono sempre presenti, tre “Pisote”, una specie di formichiere, ed un Tapiro, rarissimo che si faccia vedere.
La giornata l’avevamo passata quasi tutta alle rovine quindi abbiamo deciso di passare una seconda notte a El Remate, e ripartire il mattino seguente. Questo ci ha permesso di fare il bagno nel lago Peten, avvolti in un’acqua straordinariamente limpida per essere di lago.
Il 21 mattina siamo ripartiti in direzione Belize, la nostra seconda frontiera, senza sapere esattamente cosa aspettarsi. La frontiera è passata liscia come l’olio, questa volta non abbiamo avuto nessun problema, anzi, eravamo convinti di dover pagare una somma abbastanza altra per avere il permesso di importazione temporaneo dell’ape, ma stando noi solo 4 giorni in Belize, ci hanno fatto un permesso di transito gratuito.
La popolazione beliziana è completamente diversa da quello che ci saremmo aspettati. Sapevamo che parte della popolazione era formata da discendenti di schiavi africani ma pensavamo fossero la minoranza, invece erano la quasi totalità. E’ stato un tuffo nel passato nel nostro viaggio in Africa del 2009, seppur la cultura sia molto più influenzata dallo stile nordamericano. Ci siamo diretti verso Belize City, e una volta giunti li, abbiamo abbandonato la nostra fidata Latuc per 2 giorni (parcheggiandola in un parcheggio custodito chiaramente, mai l’avremmo abbandonata allo sbaraglio), e ci siamo imbarcati su una barca diretta a Caye Caulker, isola sulla costa beliziana. Sull’isola, vietata a qualsiasi veicolo a motore, siamo arrivati intorno a metà pomeriggio, e la restante parte è stata destinata alla ricerca del posto dove dormire ed all’organizzazione del giorno successivo. L’idea era quella di andare a vedere la barriera corallina e la fauna acquatica quindi abbiamo organizzato una giornata di snorkeling con l’ausilio di un’agenzia. La barriera è lontana dalla costa e non è raggiungibile a nuoto quindi o ci si rivolge ad un’agenzia, oppure non si può fare nulla.
Il 22 siamo stati in barca ed in acqua tutto il giorno, nuotando tra razze, tartarughe, innumerevoli specie di pesci, e squali nutrici. Questa è una razza di squali, però senza denti, quindi non pericolosa per l’uomo, anche se fanno sempre un po’ paura.
Il 23 abbiamo di nuovo passato la giornata in barca, questa volta però ci siamo diretti fino al famosissimo Blue Hole. Questa era un’escursione da sub, infatti in barca erano presenti una decina di divers e solo noi tre, più una quarta signora, armati di soli maschera e boccaglio.
Ciononostante ne è valsa decisamente la pena. Arrivati al Blue Hole i sub si sono immersi e noi abbiamo nuotato in superficie meravigliati dalla barriera corallina per circa 40 minuti. I sub, riemergendo, si sono portati dietro dei compagni incuriositi. Un branco di Reef Shark. Questi erano squali veri, muniti di denti veri di circa un metro e mezzo di lunghezza, non come gli squali nutrice del giorno precedente. Dopo lo spavento iniziale dovuto all’esserci trovati uno squalo che stava venendo direttamente verso di noi (fortunatamente all’ultimo ha scartato sulla destra), siamo andati da uno dei sub che era già arrivato in superficie che ci ha tranquillizzati dicendoci che si trattava di una specie che non ha quasi mai attaccato l’uomo. Siamo rimasti a nuotare ancora 5 minuti, ma dopo un po’, ha prevalso l’istinto di sopravvivenza e siamo risaliti in barca. La giornata prevedeva altre due soste per immersioni/snorkeling, che sono state fantastiche, il paradiso, anche se fortunatamente, di squali, non ne abbiamo più incontrati. La sera siamo tornati sull’isola decisamente stanchi a causa del sole in testa tutto il giorno e dalla navigazione di oltre 4 ore. Abbiamo mangiato e siamo andati a dormire.
Il mattino del 24 abbiamo preso la prima barca per il ritorno sulla terra ferma soddisfatti dei nostri due giorni di pausa dalla guida. Recuperata l’Ape ci siamo rimessi in marcia ed abbiamo raggiunto Orange Walk. Non abbiamo guidato molto, ma nessuno dei tre era in forma smagliante, vista la stanchezza, e volevamo anche visitare le rovine di Laminai, raggiungibili esclusivamente con la barca dopo un’ora di navigazione sul fiume partendo da Orange Walk. La visita l’abbiamo prenotata per il 25 e intorno alle 7 di sera siamo andati tutti a dormire.
Il 25 la visita, tra navigazione e rovine, è durata fino al primo pomeriggio, quindi una volta tornati, abbiamo caricato tutti i bagagli sull’ape e ci siamo diretti verso la nostra ultima frontiera, per poi raggiungere Chetumal. Alla frontierna non abbiamo avuto nessun problema, se non un po’ di ritardi per i controlli antidroga della polizia messicana, ma dopo il passaggio del cane antidroga sull’ape, siamo potuti ripartire.
Il 26 abbiamo guidato da Chetumal a Tulum dove siamo arrivati già verso sera quindi abbiamo posticipato la visita delle rovine al mattino seguente.
Il 27 mattina abbiamo visitato le rovine di Tulum ed abbiamo proseguito verso la Città di Valladolid.
Il 28 mattina siamo andati delle rovine che si trovano a nord di Valladolid; le rovine di Ek Balam. La bellezza di queste rovine è che sono fuori dai tragitti classici delle visite alle rovine Maya, eravamo quasi gli unici turisti in mezzo agli archeologi ed agli operai che stavano facendo riemergere un’infinità di rovine ancora nascoste dalla vegetazione. Dalla vetta della piramide principale si potevano ammirare le rovine di Tikal all’orizzonte. Sono pronto a scommettere che nel giro di qualche anno anche queste rovine finiranno negli itinerari turistici rovinando un po’ la magia che si può ancora trovare in questi luoghi ancora quasi incontaminati. All’interno di queste rovine si trova anche un “cenote”, una pozza d’acqua in mezzo alla vegetazione, normalmente di forma perfettamente rotonda, dove il livello dell’acqua si trova a vari metri sotto quello terrestre. E’ possibile fare il bagno in queste pozze nonché tuffarcisi; uno dei tre componenti, non dico quale, ci ha messo almeno un’ora a decidersi di tuffarcisi da una decina di metri d’altezza.
Usciti da queste rovine ci siamo diretti verso Tikal, avevamo ancora i tempi stretti, volevamo a tutti i costi riuscire a visitare anche le rovine di Tikal quel giorno. Guidando accompagnati dalla solita pioggia siamo arrivati alle rovine. Sulla guida avevamo letto che l’orario di chiusura era le 5 di sera, noi siamo arrivati alle 4.55 ed ovviamente non ci hanno fatto entrare. Temevamo di non poter visitare le rovine, perché dovevamo arrivare quella sera a Merida. Nella sfortuna siamo stati fortunati. Non tutti sanno, anzi direi proprio pochi e forse è meglio così, che dopo la chiusura delle 5 c’è un’ora di pausa per far defluire tutte le persone fuori dal sito archeologico, ma alle 6.30 apre una visita guidata serale per i pochi che hanno resistito. E’ stata una fortuna perché siamo entrati solo noi con un’altra coppia di messicani, in totale dentro le rovine eravamo quindi in 5 più la guida. Forse non abbiamo potuto passare l’intera giornata ad ammirare le rovine, ma poterle vedere anche solo un’ora senza nessun altro intorno a noi, nemmeno i venditori proprietari delle bancarelle, è stato unico.
Ripartiti intorno alle 8 di sera abbiamo deciso di guidare fino a Merida, destinazione finale, dove siamo tornati all’albergo dove avevamo passato l’ultima notte prima di partire.
Il mattino del 29 siamo tornati dal concessionario che ci aveva dato l’Ape per restituirla. Abbiamo passato la giornata con i proprietari a cui abbiamo raccontato tutte le esperienze che abbiamo passato e la giornata è passata molto in fretta. Comprati i biglietti del pullman per raggiungere l’aeroporto di Cancun il mattino dopo, siamo andati a fare un giro per il centro di Merida, e poi, abbastanza presto, visto che il mattino dopo ci aspettava una levataccia, siamo andati a dormire.
Il pullman partiva alle 7 del mattino da una stazione abbastanza lontana dal nostro albergo. Convinti di arrivarci senza problemi ci siamo incamminati a piedi, finché, a 5 minuti dalla partenza del pullman, abbiamo realizzato che stavamo seriamente rischiando di perderlo perché non vedevamo ancora la stazione. Carlo Alberto ha lasciato a me e Ludovico tutti i suoi bagagli e si è messo a correre per raggiungere la stazione. Quando siamo arrivati c’era Carlo di fronte al pullman che non lo lasciava passare e un dipendente della compagnia che stava posando a terra il suo zaino. Ci stavano per lasciare li, ma per fortuna siamo riusciti a saltarci sopra.
Arrivati all’aeroporto siamo andati alla ricerca dei nostri bagagli, e , miracolo, li abbiamo trovati quasi subito. C’era tutto, erano in uno stanzino in attesa del nostro ritorno. La cosa che abbiamo imparato da questa esperienza è che ci si porta sempre dietro più del necessario. In un modo o nell’altro abbiamo potuto fare a meno di tutto quello che c’era nelle valigie. Ci siamo quindi imbarcati per Città del Messico da dove il giorno dopo avremmo preso l’aereo per tornare in Italia.
La sera siamo atterrati al DF (Città del Messico) dove ci è venuto a prendere un amico messicano che vive li. La sera siamo usciti con lui ed il giorno dopo ci ha portato a visitare il centro, un cicerone perfetto. La sera siamo tornati in aeroporto e ci siamo imbarcati per il rientro. Il viaggio era quasi finito, senonchè… una volta arrivati a Torino, Ludovico ha avuto una bellissima sorpresa… gli avevano di nuovo perso la valigia…